Emilia-Romagna: una crescita fragile e disomogenea

da rassegna.it

Il terzo rapporto Ires sull’economia e il lavoro in Emilia Romagna fotografa una realtà in grande trasformazione, ma si tratta di una trasformazione nella quale sarebbe vano o comunque forzato rintracciare un segno univoco e un’evoluzione omogenea. L’andamento moderatamente positivo dei principali indicatori economici relativi al 2015, a partire dal tasso di crescita del Pil, stimato da Prometeia a più 1,2, non pare essere rappresentativo di un diffuso avanzamento delle performance economiche, ma piuttosto la media risultante da andamenti molto differenziati per settore, per mercato di sbocco, per dimensione d’impresa, e persino per realtà territoriale.

Ancora una volta sono i comparti con propensione all’export e le imprese di maggiori dimensioni a fornire i risultati migliori, mentre persiste la grave difficoltà di artigianato e costruzioni, due settori con un ruolo tradizionalmente di rilievo nel sistema economico regionale. Dall’inizio della crisi la regione ha perso quasi 20mila imprese e nella larga maggioranza dei casi si è trattato di aziende artigiane o comunque di piccole dimensioni: con il risultato che a uscirne profondamente incrinata risulta essere quella densità imprenditoriale del territorio che è stata in epoche recenti un fattore indiscusso di successo del sistema economico regionale.

Un altro segnale di novità è rappresentato, sul lato della domanda, da un contenuto incremento sia della spesa delle famiglie che degli investimenti. Si tratta di un fatto certamente positivo, ma che al momento appare non generalizzato, bensì molto circoscritto a specifici settori e beni di consumo. Il tutto mentre continua a essere in calo il contributo della spesa della pubblica amministrazione alla domanda interna. Non solo. Anche a livello demografico, siamo in presenza di importanti novità. Una su tutte: il sostanziale arresto della tendenza alla crescita della popolazione residente, che perdurava da un ventennio.

Quanto al saldo migratorio, questo è ormai solo debolmente in attivo, anche per effetto di una consistente crescita dei flussi in uscita, che riguardano soprattutto le fasce d’età dai 25 ai 45 anni, contribuendo così a un ulteriore innalzamento del tasso di invecchiamento della popolazione. Ma di rilievo è pure l’accelerazione di fenomeni quali l’abbandono delle zone montane e la tendenza della popolazione a concentrarsi nelle zone collinari e nei centri con più di 15mila abitanti.

E veniamo ai dati sull’occupazione, che risentono (ovviamente) della dinamica incerta della crescita economica. L’ultima rilevazione trimestrale Istat dà conto di una sostanziale stagnazione del totale degli occupati (meno 2.361). Il contemporaneo calo dei disoccupati (meno 12.382) è quindi totalmente dovuto a un calo della popolazione attiva, imputabile da un lato all’invecchiamento della popolazione e dall’altro a fenomeni di scoraggiamento. È alla luce di questa dinamica che va letto anche il calo del tasso di disoccupazione, che scende nel terzo trimestre al 6,7% e potrebbe indurre – se non correttamente inquadrato – a troppo facili ottimismi.

In realtà, perché ci sia un innalzamento occupazionale di qualche rilievo è necessario che il sistema economico cresca a ritmi ben più sostenuti,con lo scopo non solo di aumentare l’intensità di lavoro di chi nella crisi ha lavorato a condizioni ridotte (cassintegrati e part time involontario), ma anche di generare nuova occupazione. In questo quadro, le novità normative in tema di lavoro (Jobs Act e decontribuzione per le nuove assunzioni a tempo indeterminato) non hanno inciso tanto sulla quantità di lavoro, quanto sull’allocazione contrattuale degli occupati, senza comunque scalfire il predominio assoluto dei contratti a termine, che continuano a essere in oltre i due terzi dei casi la forma contrattuale preferita per le nuove assunzioni.

Insieme a tutto questo, continua a crescere anno per anno, in modo esponenziale, la quota di occupati dipendenti retribuiti con i voucher, la forma più precarizzante di rapporto a termine. Nel 2014 i dati Inps segnalano, a livello regionale, un numero medio annuo di lavoratori retribuiti in questo modo pari a oltre 25mila, ma con una tendenza al raddoppio anno su anno. La stessa condizione economica e sociale delle famiglie, infine, risente gravemente del perdurare della crisi. Anche se l’Emilia Romagna continua a godere, da questo punto di vista, di uno status molto migliore rispetto alla media nazionale, tuttavia la riduzione del potere d’acquisto ha fatto crescere la quota di nuclei familiari che si trovano in una condizione di forte deprivazione o che dichiarano di non essere in grado di far fronte a spese impreviste.

Grande quindi è il grado di incertezza che caratterizza ancora in questo momento sia la crescita del sistema economico, sia le dinamiche sociali e occupazionali dell’Emilia Romagna. Come ormai molti economisti sostengono e come lo stesso Piano del lavoro della Cgil ribadisce, per dare impulso a una crescita economica capace di accrescere realmente la dimensione occupazionale e assorbire la disoccupazione, sarebbe necessaria una massiccia iniezione di investimento pubblico rivolta a creare immediatamente lavoro e indirizzata particolarmente ai beni sociali (ambiente, cultura, formazione, welfare) e alle infrastrutture strategiche, alla valorizzazione dei beni pubblici o comunque sociali.

È questa, del resto, anche la sfida che sta al fondo del Patto per il lavoro, recentemente sottoscritto dalla giunta regionale con i sindaci delle città capoluogo e con tutte le principali rappresentanze sociali emiliano romagnole.

Giuliano Guietti è il presidente Ires Emilia Romagna

* Alla stesura del rapporto hanno collaborato Davide Dazzi, Carlo Fontani, Daniela Freddi, Cesare Melloni e Valerio Vanelli

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