Non salvare vite umane?

Da quando esiste la nostra civiltà e il riconoscimento dei diritti universali dell’uomo, il salvare una vita in pericolo rappresenta uno dei valori, se non il valore, fondamentale che ci fa “restare umani”. Chi di noi non si fermerebbe a soccorrere qualcuno che improvvisamente cade a terra o viene investito per strada o sta per annegare o vittima di un terremoto ? …e l’elenco potrebbe continuare all’infinito.

Ci sono sempre stati casi di omissione di soccorso ma chi l’ha fatto, oltre a fare i conti con la propria coscienza, non ha ricevuto nè elogi nè sostegno dall’opinione pubblica.

Ora ci troviamo di fronte ad una messa in discussione, di fatto,  di questo principio,  per cui fa sempre meno scandalo lasciare morire delle persone in mare. Sappiamo benissimo che ci sono  interessi economici e politici di grande rilievo all’origine dei flussi migratori, così come la presenza di grandi diseguaglianze e guerre.

E’ a tutti evidente che il fenomeno andrebbe governato e non lasciato in mano ai nuovi “negrieri” e la sola presenza di navi che portano soccorso, senza un’ idea di come affrontare strutturalmente il problema, rischia, nonostante il grande valore dell’aiuto, di alimentare ulteriormente il traffico. La modalità con cui l’Italia sta rispondendo, con il divieto del soccorso e la chiusura dei porti, al di là della gravità di queste scelte, apre scenari ben più preoccupanti per il futuro di tutti.

Se ci pensiamo bene questi fatti ci consegnano un dato molto preciso:  il diritto alla vita delle persone non è al di sopra di tutto ma “dipende” e… attenzione , quando si entra in questa logica si sa da dove si parte ma non fin dove si arriva.

Non c’entrano nulla il fine vita e il testamento biologico. Se il diritto alla vita, e quindi al soccorso, dipendono da qualcos’altro,  diventano il denaro e la capacità di produzione e di consumo i fattori discriminanti, anzi decisivi. Di conseguenza dobbiamo sapere che il rischio dello “scivolamento” è dietro l’angolo e nessuno può sentirsi escluso.

Noi che ci occupiamo delle persone anziane lo sappiamo bene, i primi segnali già appaiono all’orizzonte con gli scandali dei “lager”, dei maltrattamenti , fino ai casi limite delle morti provocate in corsia.

Nel futuro, se una comunità accetta il principio del “dipende”, siamo sicuri che tutte le  persone, anziane e non,  senza famiglia e senza reddito, verranno adeguatamente curate fino alla fine della loro vita?
Così come di tutte quelle persone con disabilità ritenute solo un costo per la comunità? Ad esempio il rischio del continuo scivolamento, già in corso, da una sanità pubblica adeguatamente finanziata  ad una sanità sempre più privata ed esclusiva, per chi ha reddito e patrimonio, non apre scenari preoccupanti in questa direzione? Non illudiamoci che sia sufficiente avere la cittadinanza italiana per non correre questi rischi !!

Che uno dei principali artefici di questo scivolamento, in Italia,  abbia un cognome che richiama il “salvare” è l’ultima, involontaria,  ironia.

Fausto Viviani Presidente Auser  Emilia Romagna

Luigi Giove Segretario Generale CGIL Emilia Romagna

Bruno Pizzica Segretario Generale SPI CGIL Emilia Romagna

Foto Ansa

Bologna 3/7/2018

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